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Per un Ecomuseo del paesaggio agrario della Piana del Sele
post pubblicato in diario, il 15 marzo 2017

Il progetto di Ecomuseo per il paesaggio agrario della Piana del Sele nasce dall’esperienza di un Corso di cittadinanza dedicato all’analisi delle potenzialità turistiche dei quattro Comuni litoranei di Pontecagnano Faiano, Battipaglia, Eboli e Capaccio Paestum e confluito nella redazione di questa proposta di valorizzazione, che ci ha impegnato per un paio di anni circa in un’operazione di studio, ricerca, confronto e conoscenza diretta dei contesti, mossi dalla convinzione che la ricerca archeologica, ed in generale lo studio delle dinamiche dei paesaggi antichi, siano un strumento imprescindibile per le politiche di gestione e governo del territorio, nonché per la sua valorizzazione. Ne è valsa la pena, se, in occasione della prima celebrazione della Giornata Nazionale del Paesaggio, l’idea che un gruppo di professionisti più o meno giovani ha della tutela e della valorizzazione dei propri contesti di vita ha trovato ospitalità e eco presso uno dei Musei più significativi della nostra storia a livello nazionale: per questo ringrazio la dott.ssa Gina Tomay e tutto lo staff di questa struttura,non senza ringraziare il Dipartimento di Scienze del Patrimonio Culturale dell’Università degli Studi di Salerno.

Quando proposi la realizzazione del Corso di cittadinanza nel 2014, in qualità di coordinatrice della rete dei circoli di Legambiente della provincia di Salerno e di responsabile della campagna nazionale Paestumanità, ero attivamente impegnata nel contrasto al Grande Progetto Interventi di difesa e di ripascimento del Golfo di Salerno, che prevede l’artificializzazione indiscriminata di oltre 40 km di linea di costa, con una spesa di 70 milioni di euro. Sollevavamo questioni di metodo: semplicemente non ci sembrava e non ci sembra condivisibile omologare nell’ambito del medesimo intervento km di ecosistema costiero che tra Pontecagnano e Capaccio Paestum si presentano, invece, estremamente diversificati per quanto riguarda l’erosione stessa, che si intende contrastare, ma anche per impatto antropico, per la qualità delle acque di balneazione, qualità e quantità delle dune residuali, afflusso turistico. Noi, in buona sostanza, chiedevamo che questo mare di milioni di soldi pubblici fosse investito per rilanciare la Piana del Sele sul piano economico, e dunque anche turistico, assecondando quegli elementi di bellezza che, invece, accomunano tutto il comparto costiero oggetto dell’intervento, quali la vocazione turistica, l’interesse paesaggistico e il potenziale culturale, anziché pensare di utilizzarli in un’impresa apocalittica, di ambizioso contrasto al mare, attraverso un intervento che, ovunque sia stato realizzato, non ha sortito l’effetto desiderato di fermare l’erosione, perché ne cambia semplicemente la dinamica.

Dunque,in sinergia con esperti del patrimonio culturale dell’Ateneo di Salerno, abbiamo provato ad applicare un metodo diverso, quello che insegnano a scuola: lo studio e la raccolta dati, come premessa per focalizzare i valori culturali del paesaggio della Piana del Sele, che abbiamo quindi provato a mettere a sistema,entro un modello, non innovativo – non crediamo che stare 10 secoli avanti sia sempre e in ogni luogo un elemento propulsivo positivo –, ma semplicemente capace di comprendere in sé gli strumenti necessari a gestire quegli elementi che oggi fanno del nostro paesaggio litoraneo il prodotto di un processo di accumulazione e stratificazione misurabile in generazioni, alle quali bisogna dare conto prima di cambiarne la fisionomia

Intendo dire che il modello Ecomuseo è già abbastanza diffuso in Italia: se la Campania ancora non si è dotata di uno strumento legislativo dedicato espressamente alla materia – un Ecomuseo non è un Museo del Paesaggio, in cui si espone un prodotto enogastronomico oppure una cartografia, cioè se ne selezionano gli elementi, ma un Paesaggio che si racconta attraverso l’esperienza diretta del visitatore –, in altre regioni italiane essi sono già attivi e strumento efficace di gestione coordinata del territorio, e danno luogo a buone pratiche come la Rete Italiani degli Ecomusei e dei Musei di Comunità. Il Piemonte ha anticipato tutti nel 1995 con la prima legge regionale italiana, tra le ultime la Puglia nel 2011. Niente di nuovo, dunque, ma la novità potrebbe essere quella di concepire l’Ecomuseo anche a queste latitudini come una sorta di strumento di gestione, tutela e promozione di un contesto paesaggistico, che contempla in sé tutte le prerogative insite in quella porzione di territorio, non soggette aprioristicamente a selezione, ma espressione diretta della comunità locali e della storia dei luoghi.

La nostra è una proposta di valorizzazione, di cui vi pregherei di considerare la struttura di partenza, affinché poi si possa delineare la potenziale fisionomia del nostro Ecomuseo in funzione delle esigenze amministrative e gestionali che emergeranno dalla tavola rotonda che seguirà. Riteniamo necessario attivare un sistema di reti, che garantisca al progetto da un lato spessore scientifico e dall’altro il coinvolgimento delle comunità locali attraverso il proprio capitale territoriale, ovvero gli imprenditori del comparto agricolo e zootecnico, e dunque ponendo al centro dell’offerta turistica la sinergia tra valore storico-culturale dei luoghi che vogliamo raccontare, la filiera agroalimentare quale sintesi diretta, immediatamente tangibile, di questo racconto, senza trascurare le risorse disponibili e già ampiamente promosse della Piana del Sele, come la risorsa mare e i siti di Pontecagnano, Eboli e Capaccio Paestum. Proponiamo in questa sede, insomma, di portare avanti coralmente (per quello che è possibile) una esemplificazione che possa dare ulteriore sostanza al riconoscimento regionale degli Ecomusei, attraverso l’approvazione di una Legge dedicata che, – in linea con le norme sul governo del territorio ed è ancora aperta la partita dei PUC per tutti e quattro i Comuni qui rappresentati – preveda un Registro degli Ecomusei di rilievo regionale (sul modello della Puglia L.R.15/2011), la promozione di marchi territoriali, la ricostruzione di specifici valori paesaggistici, una premialità per il coinvolgimento delle comunità locali basata sull’individuazione di parametri, come la sostenibilità ambientale. Un Ecomuseo per noi è un’infrastruttura immateriale di valorizzazione di quello che c’è, dell’esistente: in questi termini può anche intendersi come un strumento di contrasto al consumo di suolo. Tema attualissimo, oggetto della Iniziative dei Cittadini Europei People4Soil,cui hanno aderito 400 associazioni del vecchio continente e tra queste la Legambiente. Occorrono 1 milione di firme: potete sottoscrivere la petizione online. Io l’ho già fatto.

Utopistico immaginare che tutto questo possa generare nuovi posti di lavoro per personale competente? non se come prossimo step verso la realizzazione di questo Ecomuseo ci impegniamo nella sottoscrizione di un protocollo di intesa, finalizzato anche alla ricerca di linee di finanziamento adeguate, comunitarie (penso ai programmi tipo Europa Creativa o in fondi strutturali), oppure se ci strutturiamo come Fondazioni di Comunità, sostenute annualmente da Fondazione con il Sud.

Al progetto hanno lavorato, oltre alla sottoscritta e al prof. Amedeo Rossi, un gruppo di studenti del Dipartimento di Scienze del Patrimonio Culturale: ci siamo rivolti ai futuri archeologi e operatori dei BB.CC. proprio per questioni metodologiche, dal momento che la premura è stata di sottolineare come sia importante non disgiungere la valorizzazione dallo studio scientifico prima di pianificare un intervento,soprattutto per coloro i quali nel mondo del lavoro dovranno integrare le proprie competenze con esigenze amministrative e gestionali, vincoli, strumenti urbanistici, confrontarsi con enti territoriali e politici, con gli stakeholder. Motivo per cui oggi siamo felici di poterci confrontare con gli amministratori presenti, che colgo l’occasione per ringraziare.

Oltre alle lezioni in aula, ai sopralluoghi e alle visite guidate, fondamentale, ai fini della redazione del progetto per un Ecomuseo del paesaggio agrario della Piana del Sele, è stata la sistematizzazione dei dati durante i Laboratori in aula, che hanno preso in considerazione ovviamente anche la cartografia storica della Piana del Sele e i dati dei Geoportali della Provincia di Salerno e del MIBACT. I valori ambientali,culturali e turistici da noi censiti sono stati ordinati in quattro tabelle tematiche: una dedicata ai Beni Culturali (dai siti di interesse archeologico, alle torri costiere, alle aree protette, alla rete dei tabacchifici, per esempio); un’altra ai Beni di interesse geologico, utile traccia per delineare le trasformazioni geomorfologiche della Piana del Sele. In una terza tabella sono confluite le informazioni di carattere ambientale (utilizzo del suolo, densità demografica, depurazione, afflusso turistico, capacità ricettiva, etc.); infine un censimento delle aziende agricole e zootecniche.Questo insieme di informazione per noi è stato funzionale a delineare la fisionomia della Piana del Sele nel suo complesso e individuare gli elementi da cui partire per la sua valorizzazione, grazie alla registrazione puntuale di ogni dato nello spazio, mediante lo sviluppo preliminare di un G.I.S., un database su base cartografica, che ci piacerebbe implementare, dal momento che può rivelarsi un utile strumento di consultazione per tecnici e studiosi che intendano sviluppare altri modelli come il nostro,nonché per i turisti, che potrebbero così autogestire il percorso di visita, articolandolo in base ai propri interessi e mettendone a parte il personale dell’Ecomuseo. Dunque immaginiamo una fruizione del contesto non unidirezionale, ma orizzontale, partecipata,condivisa e di volta in volta rimodulabile a misura non del turista tradizionalmente inteso, ma del cittadino che impara a conoscere i luoghi facendone esperienza personale.

Insieme alla proposta di una possibile struttura dell’Ecomuseo del paesaggio agrario della Piana del Sele, presenteremo l’esemplificazione di un percorso di visita, articolato sulla rete dei Beni di interesse geologico: dal porto di Agropoli, importante anche per interagire con il turismo da diporto, alla sorgente del bosco di San Benedetto e canale Settebocche a Faiano, passando per l’Oasi dunale di Paestum e la Paleofalesia di Porta Marina, risalendo quindi alla Sorgente del Capodifiume e proseguendo per Pontecagnano e i suoi travertini.Risalire dal mare alle sorgenti, così da apprezzare l’ecosistema costiero e le bellezze naturali della Piana, immaginando per esempio dei tratti da percorrere in barca e/o addirittura sfruttando la parziale navigabilità del Sele, o semplicemente da percorrere a piedi in tappe di più giorni. Questa dei beni di interesse geologico è una chiave di lettura fondamentale per comprendere come sono cambiate le modalità di vivere il nostro paesaggio in relazione alle trasformazioni che lo hanno interessato nei secoli. Per questo abbiamo predisposto la documentazione necessaria per segnalarne 5 dei 24 beni geologici individuati all’Istituto Superiore Per la protezione e la ricerca ambientale, perché vengano ufficialmente riconosciuti Geositi e inseriti nell’Inventario Nazionale loro dedicato.

Ringrazio il prof. Fausto Longo e il prof. Vincenzo Amato, i giovani colleghi Maria Antonietta Brandonisio, Gerardina Galdi, Gioacchino Ferrigno, Stefania Giuliano, Marina Ferrentino e Alessandro Terribile, infine e in particolare il prof. Amedeo Rossi per il supporto incondizionato. Il progetto di questo Ecomuseo, che sarà oggetto di pubblicazione, in sintesi, esprime il nostro tentativo di attivarci in prima persona per dare voce al paesaggio di cui siamo parte, immaginando delle modalità di fruizione ‘diversificate’,‘alternative’ e ‘eco-compatibili’ del suo patrimonio culturale ‘diffuso’ e garantendo la divulgazione dei valori di cui è portatore entro una visione di distretto. 

Andiamo avanti, dunque. 




permalink | inviato da gallaplacidia il 15/3/2017 alle 9:26 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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